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311verona la Verona che si muove

Vi presentiamo lo spazio che ospiterà il nostro primo GGTea: ci troveremo in un luogo dove le idee circolano liberamente, e dove le persone condividono progetti e sogni impegnandosi insieme per realizzarli!

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311verona nasce nel primo insediamento manifatturiero e industriale di Verona e, come in un passaggio generazionale, oggi ha davanti a sé un percorso nuovo che ha l’obiettivo di coniugare le competenze con la centralità della persona riscoprendo il principio dell’umanesimo e l’idea che l’innovazione, nell’accezione della Disruptive Innovation, avviene solo attraverso la valorizzazione umana e professionale dei talenti.

Per questo 311verona è volutamente un insieme di aziende ed enti che lavoreranno nella realtà del co-working entrando in una nuova esperienza con nuove persone e costruendo nuove soluzioni nell’ambito della comunicazione, dell’innovazione tecnologica e nella formazione, metacompetenze che si connettono in base alle esigenze e i bisogni che arrivano dai mercati di riferimento.

Vi aspettiamo in questa meravigliosa fabbrica di sogni piena di storia per passare un pomeriggio tra chiacchiere, thè e dolcetti!

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Libri geek di donne geek

Oggi gioco in casa e vi parlo di libri. Si tratta di manuali indispensabili se, come me, lavorate con il web, per passione o per professione. Non li ho scelti a caso, però: sono infatti scritti da tre donne, assolutamente geek, e con molte cose in comune. Tutte e tre, per esempio, hanno un blog, hanno scritto un libro o tenuto un corso in cui hanno “svelato” alcuni segreti del web, amano condividere conoscenze e, pur essendo famose – nel loro settore sono delle vere e proprie guru – sono persone affabili e così gentili che mi sembra di conoscerle da sempre.

Di persona ne ho incontrata solo una, ma posso dire di aver scambiato quattro chiacchiere con tutte, di aver chiesto consigli e di aver ricevuto risposte e aiuti più velocemente che se avessi chiesto al mio collega di scrivania.

Chi sono e cosa fanno nella vita

Domitilla Ferrari è giornalista e social networker. Sa preparare colazioni eccezionali per la sua famiglia (seguite il suo profilo Instagram e vi verrà fame solo a guardare la #colazioneacasapesce) e studia un sacco. Dove trovi il tempo di far tutto è ancora un mistero, a cui stanno lavorando i più importanti scienziati. A pelle direi che è una tipa che non si lascia mettere i piedi in testa (se mai li mette lei a voi, quando sale sulla sedia per fotografare la tavola imbandita) e dice in maniera diretta ciò che pensa, che vi piaccia oppure no.

Alessandra Farabegoli è una web strategist, consulente e formatrice. Ogni volta che ricevo una newsletter dal suo blog è come se ricevessi una scossa, una carica di energia e voglia di fare. Nelle sue foto è sempre in movimento o sta parlando o sta scrivendo, insomma sta sempre facendo qualcosa e dalla sua posizione sempre pronta a scattare capisci che nella sua mente ci sono mille altre idee pronte a uscire.

Enrica Crivello è una social media consultant e si occupa, da freelance, di digital PR. Ha un blog semplice e raffinato, con un verde pastello che ti rilassa solo a guardarlo, e ti viene quasi da sfiorare il mouse mentre navighi tra le sezioni, per paura che si rovini. Da lei è tutto così ordinato, così preciso, che la vorrei non solo come mia coach ma anche come dama di compagnia.

Di cosa parlano i loro libri


duegradi_01Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia)
è il libro di Domitilla Ferrari. Parla della distanza, ma forse sarebbe meglio dire vicinanza, tra te e gli altri.

“Dare prima di ricevere” è uno dei suoi must, creare connessioni e far circolare informazioni, essere in rete e fare rete per trovare ciò di cui hai bisogno: oggetti, persone, consigli, idee.

E perché no, anche contatti utili per trovare lavoro.

email_01E-mail marketing in pratica di Alessandra Farabegoli è una guida fondamentale se lavorate sul web e per un motivo o per l’altro avete in programma di spedire una o più newsletter. Quante ne riceviamo, ogni giorno, di mail che neanche apriamo? Cosa ci colpisce in maniera così negativa da non degnarle neanche di uno sguardo? L’indirizzo di provenienza, spesso non ben identificato (“e questo chi lo conosce?”)? L’oggetto, tutto tranne che chiaro ed esplicito?
Il design da far rabbrividire anche il sig. Pantone? La confusione nella disposizione dei contenuti? La frequenza (c’è chi sostiene che una mail al giorno tolga il medico di torno)?

Alessandra ci spiega come creare campagne efficaci, che portino ai risultati sperati: che siano vendere un prodotto o un servizio, supportare una causa, dare informazioni o attirare nuovi clienti. 

pushup_01Push-up più che un libro è un corso di social media marketing per blog. Io ho acquistato il pdf ma a esso sono collegate delle lezioni in classe e un corso con hangout.

Potete scegliere la forma che vi torna più comoda e contare sempre su Enrica per ulteriori consigli.

Partite però dal presupposto che c’è da lavorare, perché in tutte e tre le versioni ci sono degli esercizi da fare, per mettersi in discussione. E io adoro fare esercizi.


Cosa mi hanno insegnato

Domitilla: a usare le liste su Facebook, filtrando così in un sol colpo chi-può-vedere-cosa, e che “metterci la faccia” – soprattutto nelle foto profilo – paga. Sempre.

Alessandra: a impostare una “RSS Feed newsletter” con MailChimp, che già conoscevo ma che praticamente non sapevo usare. Oltre al libro citato sopra, ha scritto una guida in e-book proprio su questo mailer, che è la soluzione a qualsiasi vostro problema.

Enrica: a pensare al mio blog come a Camilla, una lettrice geek con un libro sempre in borsa, che ama i colori e le foto con i sorrisi. E a leggere le tagline dei social network, dove è spiegato che cosa sono e a cosa servono.

La frase più interessante

«Il valore del tuo network non è dato dal numero di persone che conosci, ma da quelle che rispondono quando hai bisogno»
(Domitilla Ferrari)

«La funzione dell’oggetto del messaggio è quella di anticipare il contenuto e di motivare all’apertura: esso assolve bene a queste funzioni nella misura in cui riesce a essere specifico, concreto e attraente»
(Alessandra Farabegoli)

«L’errore più grande che puoi fare sui social media è questo: essere autoreferenziale»
(Enrica Crivello)

Beatrice Borini
www.langolodeilibri.it
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Le 5 serie tv che una geek girl non può non aver visto…

Avendo la fama di una che guarda una serie infinita di serie tv spesso succede che mi vengano chiesti dei consigli su cosa guardare. Così oggi ho pensato a voi, e a cinque serie che consiglierei a una geek girl DOC. L’intenzione è di proporvi qualcosa di insolito magari meno conosciuto dal grande pubblico (The Big Bang Theory io non ve lo consiglierei mai ad esempio, ma ho escluso anche i grandi classici come The X-Files, Lost, ecc. ecc.) con la speranza di  stuzzicare la vostra curiosità.

CHUCK

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Genere: Spy-comedy

Trama: Chuck Bartosky lavora in un grande store di elettronica, all’assistenza informatica (il “Nerd Herd”) dopo aver abbandonato gli studi in ingegneria informatica. Vive con la sorella e il marito (entrambi medici) e condivide le sue giornate piuttosto piatte con l’amico/collega Morgan. La sua vita cambia quando dopo aver ricevuto una mail da un ex compagno di università si ritrova con un supercomputer (un database di spionaggio governativo) impiantato nel cervello. Da semplice commesso Chuck si troverà coinvolto nelle trame della CIA affiancato dagli agenti John e Sarah.

Perché sì, perché geek: Chuck è la classica serie leggera ma ben scritta, assolutamente non pretenziosa ma piacevole in ogni suo aspetto. Attrezzature high tech, spionaggio e una buona dose di ironia la rendono irresistibile per qualsiasi geek girl che si rispetti…e poi non manca quel pizzico di tenerezza grazie alla lovestory di turno (godibilissima). Inoltre Chuck è il fidanzato nerd che tutte vorremmo (il fatto che Zachary Levi, l’attore che lo interpreta, sian indubbiamente carino aiuta a rafforzare la portata).

30 ROCK

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Genere:
Comedy

Trama: 30 Rock racconta le vicende dietro le quinte di una trasmissione televisiva tutto dalla prospettiva dell’autrice Liz Lemon (interpretata dall’autrice di 30 Rock Tina Fey… la  televisione nella televisione nella televisione, nella televisione.. etc etc)

Perché sì, perché geek: Qui la tecnologia centra poco ma 30 Rock è probabilmente (almeno per me lo è) la miglior commedia della televisione americana. La sceneggiatura è densa di battute geniali e riferimenti all’attualità, alla pop culture e alla politica che la rendono senza dubbio di un livello superiore alla media. Inoltre offre un’analisi interessante del pianeta televisivo (almeno di quello statunitense), un punto di vista originale e auto ironico che non può che solleticare chi non è mai sazio di studi sui media. E se non bastasse la protagonista, Liz Lemon, è uno dei personaggi femminili più articolati e completi nel panorama televisivo (che purtroppo di buoni personaggi femminili è sempre stato un po’ povero).

Valide Alternative: The Office, Parks & Recreation, Community

SHERLOCK

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Genere:
British Drama

Trama: Prendete Sherlock Holmes e John Watson e metteteli nella Londra dei giorni nostri, attrezzateli di nuove tecnologie e di un blog e dategli i volti di due degli attori inglesi più quotati del momento, fate scrivere il tutto da due autori televisivi dal piglio geniale e avrete una delle migliori serie della storia della televisione.

Perché sì, perché geek: In anni e anni di dipendenza seriale ho imparato una cosa, i britannici (sopratutto quelli della BBC) fan poche cose (in confronto alla produzione statunitense) ma le fanno davvero bene. Sherlock rasenta la perfezione, in tutto e per tutto, dalla sceneggiatura, alla regia, alle interpretazioni… sono i tasselli di un puzzle perfetto. Intuibilmente favorito dal genio dell’opera letteraria di Arthur Conan-Doyle Sherlock si colloca nell’olimpio della tradizione televisiva e sicuramente sbaraglia molti concorrenti (anche cinematografici) delle interpretazioni delle avventure di Sherlock Holmes. Perché lo consiglio a voi geek girls? Prima di tutto perché è la serie che consiglio a tutti senza ma e senza se e poi perché vedere all’opera il duo investigativo più famoso della storia con tecnologie all’avanguardia non può che rapire un cuore geek. Inoltre con la messa in onda della prima serie c’era stato un interessante approccio della serie attraverso i social media (i personaggi avevano il proprio profilo twitter, i loro blog sono stati effettivamente messi online), purtroppo l’esperimento perfettamente riuscito inizialmente si è un perso visti i lunghi tempi di attesa tra una stagione e l’altra.

GAME OF THRONES (Il TRONO DI SPADE)

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Genere: Non classificato (a metà strada tra una serie storica, un fantasy, violenza pura e un soft porno)

Trama: Winter is coming! (Io sinceramente non ho capito nulla)

Perché sì, perché geek: Perché non potete non guardarlo! Non importa se non vi piace il genere fantasy, qua siamo su tutt’altro livello… è come se avessero messo assieme Il Signore degli Anelli, la violenza e la perversione di un film di Tarantino, un soft porno, un serie storica e le complicate trame familiare di Beautiful per dare vita alla più grande droga televisiva del nuovo millennio. Ci sono anche i libri (io non me la sono sentita di leggerli). Attenzione crea dipendenza!

DOCTOR WHO

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Genere: Fantascienza

Trama: Il Dottore è un alieno che viaggia nel tempo e nello spazio con il Tardis (la sua macchina del tempo che ha la forma di una cabina blu della polizia britannica) … in realtà la storia è molto più complicata di così, ma spiegare Doctor Who richiede una tesi di laurea, sappiate che è una vera e propria istituzione nel Regno Unito ed è la serie più longeva della storia della tv (l’anno scorso ha compiuto 50 anni…ma non spaventatevi se volete recuperarla basterà cominciare con la nuova versione ripresa dal 2005)

Perché sì, perché geek: E’ la serie nerd/geek per eccellenza, quando mi chiedono perché sono così ossessionata con questa serie, non so dare una vera e propria risposta, mi piace, mi piace tanto e da quando ho cominciato a vederla non riesco a farne a meno. Provare per credere! Attenzione: cercate di chiudere un occhio sugli effetti un po’ rudimentali della prima stagione – mi riferisco alla serie moderna, quella del 2005 – con il procedere degli episodi (e probabilmente un aumento del budget) la resa migliora, in ogni caso se la prima serie non vi convince aspettate la seconda, il cambio di volto del Dottore (sì cambia volto…se no secondo voi come poteva andare in onda da 50 anni?) tra prima e seconda stagione vi stupirà regalandovi quello che è stato proclamato il miglior interprete del personaggio di tutta la serie (sorpassando anche i volti molto amati dagli inglesi della serie classica).

Menzioni d’onore: Battlestar Galactica (sembra una di quelle serie da nerd duri e puri ma la metafora esistenziale alla base di questa serie potrebbe colpire anche l’umanista più convinto)

Stefania Berlasso
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Il Centro di Cultura fotografica: un nuovo luogo dove “vivere” la fotografia

Giovedì scorso al The Faball’interno dell’appuntamento Meet the Makers – ho avuto modo di ascoltare, oltre alle interessanti novità di Impossible Project, la presentazione di Matteo Cocco del Centro di Cultura fotografica a Vicenza.
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Gli obbiettivi del centro sono di diventare un punto di riferimento per la fotografia, un polo di attrazione, divulgazione e ricerca fotografica che dialoghi anche con il contesto in cui è inserito: la città di Vicenza e gli eventi e manifestazioni che si tengono attorno a questa città, ricca di cultura e architetture storiche.
Oltre a questo, è anche un centro di formazione e un laboratorio analogico e digitale.
Un concetto che Matteo ha voluto particolarmente mettere in luce – e che condivido al mille per mille – è che il centro parlerà di fotografia mettendo al centro il fotografo e la sua visione, senza puntualizzare sul mezzo fotografico: analogico, digitale, istantaneo, perfino smartphotography (fotografia con smartphone e cellulari) e qualsiasi contaminazione sul genere.
Si parte dal concetto che ogni appassionato di immagini scatta per l’esigenza di condividere con il mondo la propria visione, per esprimersi o semplicemente per conservare nella memoria attimi della propria vita. Alla luce di questo, lo strumento fotografico diventa solo un mezzo per veicolare le nostre idee, il nostro filtro sul mondo… che importanza ha attraverso cosa abbiamo lo abbiamo osservato?
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Il centro si propone quindi anche di creare una rete multidisciplinare e aprire il mondo dell’immagine a nuove opportunità, aiutando i fotografi a trovare nuove modalità espressive.
Una come me – che utilizza il digitale per lavoro, l’analogico per conservare la memoria della pellicola e lo smartphone per divertimento, non può che trovarsi più che d’accordo con questa mission, e peraltro credo che sia ciò a cui la fotografia del futuro deve aspirare.
Ho assistito e letto infiniti dibattiti, alcuni che sostengono che l’analogico sia morto e il digitale sia il futuro, altri che una macchina digitale non potrà mai eguagliare la poesia di un’analogica e via dicendo, una marea di parole che ci portano sempre a discutere di macchine, e alla fine nessuno ha ragione e nessuno ha torto. Credo che l’importante sia la strada che vogliamo percorrere e dove vogliamo arrivare; la macchina è solo un mezzo che possiamo scegliere in base alla nostre preferenze – o in base al risultato che vogliamo ottenere.
Se riusciamo ad andare oltre a queste barriere di genere, possiamo creare nuove contaminazioni e visioni tra analogico e digitale, tecniche antiche e virtuale, manualità e network… un universo di infinite possibilità ancora da esplorare.
Per maggiori informazioni, visitate il sito ufficiale del Centro di cultura fotografica, dove potrete trovare anche i link alle loro pagine social. Teniamo un occhio puntato su questo progetto: c’è sempre bisogno di condividere in modo positivo e collaborativo la passione per l’immagine!
Carola Speri
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Surfin’ in the …Brand New Music

C’era una volta quel negozio di dischi dove si scovavano gli album introvabili, dove si scoprivano nuove band e ci si apriva un nuovo immaginario musicale. Oggi, purtroppo, di quei negozi ne rimangono sempre meno ma la rete ci offre infiniti modi per ascoltare in anteprima “the next big thing” nel mondo della musica e poter fare gli indie snob dicendo “io li ascoltavo prima che esistessero”.

La base è Last.fm, quel social network ibrido che è anche un’applicazione per il vostro computer che fa lo scrobbling di tutto quello che state ascoltando sul vostro computer (ma anche su tablet e smartphone con l’applicazione) e oltre a fare le statistiche su cosa ascoltate maggiormente (settimanalmente, mensilmente, annualmente e in assoluto) vi dà suggerimenti su cosa potreste sentire di nuovo e le persone da conoscere in base ai vostri interessi musicali.

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Poi ovviamente c’è Spotify, programma comodo e legale per non intasare il vostro hard disk: oltre ad offrire una libreria immediata e abbastanza completa (anche se mancano i Beatles ed è qualcosa di inaccettabile, ma in fondo sappiamo quanto siano riservati sui diritti), dalla voce “Scopri” del pannellino di controllo sulla sinistra si apre una sezione dove con un algoritmo – probabilmente molto simile a quello di Lastfm – riceverete dei suggerimenti ad hoc in base ai vostri ascolti. Da esperienza personale, posso dire che ogni tanto i consigli sono alquanto azzardati (aka “il giorno che visto che avevo ascoltato Niccolò Fabi Spotify mi consigliò di ascoltare Califano”), ma si possono scoprire un sacco di gruppi nuovi e appena nati (certo molto dipende da quello che ascoltate, se vi sparate sessioni di Ligabue e Marco Mengoni non andrete molto in là – lo so sono un’indie snob del cavolo ma mi faccio perdonare raccontandovi che a me Mika piace molto e pulisco casa ascoltando la discografia completa delle Spice Girls e Womanizer di Britney Spears, che per una che ascolta band sconosciute scozzesi come stile di vita è un vero scandalo!).

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Ma arriviamo alle cose interessanti: si tratta di due i siti fondamentali per scavare nell’underground della musica indie internazionale – sto parlando del californiano BandCamp e del tedesco SoundCloud. Entrambi nascono come piattaforme di start-up per band emergenti: gli artisti caricano i loro pezzi che, oltre ad essere trasmessi in streaming (con un comodissimo player), sono disponibili per il download (raramente gratis ma per la maggior parte a prezzi davvero stracciati, quindi se qualcuno vi piace il mio consiglio è di acquistare anche solo qualche brano, è sempre dignitoso sostenere la buona musica indipendente e poi nel caso un giorno raggiungessero fama internazionale potrete sempre dire di aver contribuito al loro successo!).  Entrambi i siti permettono la registrazione come “fan – non artista”: in questo modo potrete salvare i vostri preferiti, postare nella vostra bacheca le cose che vi hanno particolarmente colpito e farvi una vera e propria timelime dei vostri viaggi musicali. Perdersi e scoprire nuovi sound tra le pagine di entrambi è facilissimo ed estremamente affascinante… se amate scovare i nuovi talenti – o anche solo ascoltare qualcosa di diverso – sono due preziosi strumenti di cui non potrete davvero più fare a meno.

Certo che nulla toglierà mai l’assoluto piacere di passare ore in un vecchio negozio di dischi o di scoprire un nuovo gruppo in un festival di paese, ma come succede spesso una cosa non esclude l’altra e la rete senza dubbio accorcia le distanze: quella band islandese che nessuno conosce difficilmente verrà a fare un concerto in provincia di Rovigo!

Stefania Berlasso
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Get creative! – Le app da non perdere #2

Ripropongo il mio lato da geek smanettona che vive con l’iPad come prolungamento naturale degli arti superiori, usandolo come strumento infinitamente utile per passare il tempo, ma soprattutto per stimolare il lato creativo: oggi quindi vi suggerisco tre nuove app per divertirvi e – allo stesso tempo – creare qualcosa che possa anche esservi utile in altri contesti!

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Scaricata ere geologiche addietro perché ricordo di averla vista nella sezione Primo piano dell’App store e aver pensato “Figo, prima o poi mi servirà, la scarico”, non l’ho mai realmente utilizzata fino a pochi giorni fa in un momento di noia. Una volta aperta è stato amore a primo utilizzo: con questa app posso assicurarvi che diventerete degli artisti del disegno digitale anche senza essere dei novelli Monet. Si hanno a disposizione numerosissime funzioni e strumenti facili da usare e configurare. La versione gratuita è già versatile di per sé, ma in caso di desideri avere l’intero parco azioni disponibile ci sono gli acquisti in app che vi permetteranno di godere di un vero e proprio software professionale! Le possibilità sono davvero infinite, vi consiglio di visitare il sito dell’app e guardarvele in autonomia, se no dovrei fare un articolo solo su questa!

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Per darvi un’idea, questo è il primo schifo esperimento che ho realizzando andando a tentativi:

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E questo invece è quello che ne è uscito ragionandoci un minimo su dopo aver capito cosa possono fare gli strumenti disponibili:

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Consigliata a: chi ha già un minimo di manualità e passione per il disegno, ma anche a chi non saprebbe da che parte iniziare ma è sempre stato affascinato. A chi ha un blog, un Tumblr o un qualsiasi profilo in cui ami condividere qualcosa di originale.
Sistemi: solo iOS
Prezzo: L’app è gratis, con possibilità di acquistare più strumenti e più livelli in due pacchetti separati da 1,79€ o tutto insieme in un pacchetto unico da 3,59€

Notegraphy

Un diverso tipo di creatività, ma altrettanto stimolante, lo offre Notegraphy, un’app che invece si occupa solo di testo. L’utilità di un’app come questa si rimette molto a voi e a quello che fate nella vita o nel tempo libero: per chi – come me – è un’amante delle citazioni e ha un profilo su pressoché qualsiasi social esista al mondo, è una manna dal cielo. Facile e intuitiva da usare, basta inserire il testo che si desidera modificare e scegliere uno tra le decine e decine di stili proposti: si ottiene in pochissimo tempo una vera e propria cartolina di design, pronta da condividere sulla community.

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Consigliata a: vedi sopra. ;)
Sistemi: al momento per iOS, ma hanno annunciato di recente anche la release della versione per Android
Prezzo: gratuita

Martha Stewart Craft Studio

Vi prego, non chiudete la pagina! Lo so: Martha Stewart. Cado nel peggiore dei cliché, ma suvvia, se conoscete il personaggio (e la sottoscritta) non potete non aspettarvi un suggerimento simile!
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Di app simili ne ho scaricate parecchie, ma mai curate come questa: in pratica ricrea una scrivania virtuale su cui fare allegri collage a tema, modificare immagini e aggiungere qualsiasi cosa ci sia a disposizione, dai fiocchi ai bottoni, dalle scritte ai (non scherzo) glitter colorati. Alla fine avrete la vostra cartolina, il vostro invito, il vostro collage pronto da salvare e condividere con chi preferite.

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Consigliata a: chi si sente un po’ Martha Stewart inside, chi ama il genere o semplicemente a chi vuole divertirsi a molestare gli amici metallari mandando loro immagini pucciosissime mettendo a rischio rapporti di amicizia per puro sport.
Sistemi: solo iOS
Prezzo: gratuita, con acquisti in-app per sbloccare alcuni pacchetti a tema.

Martina Aldegheri
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REGOLA n°2: Storytelling e racconto per immagini

Ed eccoci qui a raccontarvi gli step successivi per la realizzazione di un video trailer.
Una volta individuati insieme agli startupper i contenuti da presentare ai potenziali clienti/spettatori, la fase successiva (tra l’altro una delle più divertenti e creative!) è quella di trovare una modalità di racconto delle informazioni stesse.

In questi anni “va molto di moda” la parola “storytelling“, ossia la metodologia che usa la narrazione come mezzo per spiegare contenuti, articolandoli in “storie” appunto.

E’ infatti innegabile che nel raccontare storie vi sia qualcosa di “magico” che risveglia nel nostro cervello meccaniche ancestrali e che rende il nostro livello di attenzione più vivo e presente.

Se poi si riescono ad attivare anche dinamiche emozionali il gioco è fatto!
Far ridere, commuovere o semplicemente far immedesimare il nostro spettatore è la formula indubbiamente vincente per farlo affezionare anche ai contenuti di cui stiamo parlando.

Individuare un testo scritto è quindi la base per qualsiasi audiovisivo o animazione, e già in fase di progettazione noi chiediamo sempre al nostro cliente/startupper di fornire alcune righe esplicative dei contenuti.

E da qui si lavora di fantasia!
Se come tecnica realizzativa si sceglie l’animazione o il cartoons, ci si può permettere di ipotizzare azioni e situazioni anche iperfantasiose.
La tecnica della ripresa live deve invece fare i conti con delle necessità pratiche a volte indubbiamente più limitanti, ma non dimentichiamoci in fase di scelta, quanto questa appaia ai nostri spettatori comunque molto più veritiera e tangibile, dando appunto una sensazione di “reale” ovviamente impareggiabile dal cartoons.

La nostra fantasia dovrà fare però i conti con due aspetti molto importanti (e a volte limitanti, purtroppo!): le tempistiche necessarie per la realizzazione del video e il budget a disposizione.
Va da sé che se vi è la necessità di realizzare il tutto in poche settimane, non si potrà mai pensare ad una produzione live sullo stile hollywoodiano! Cosiccome se il budget che abbiamo è limitato, si dovrà prevedere il giusto tempo di realizzazione dell’idea e fare delle scelte “furbe” che ci permettano di ottimizzare le spese senza limitare l’efficacia comunicativa del video. Insomma con poco budget noi applichiamo la classica formula del “minimo sforzo e massimo risultato!” ;)

Arrivati quindi alla definizione della nostra storia, dobbiamo procedere a realizzare le prime visualizzazioni grafiche delle idee che abbiamo in mente, per confrontarci ovviamente anche con il nostro cliente/startupper.
Nell’ambito video il primo documento che abbina una descrizione di testo e delle immagini che identificano già le inquadrature del nostro futuro video, si definisce Storyboard.

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Non si tratta di un semplice documento estetico o di presentazione della nostra idea creativa al cliente, ma una vera e propria “linea guida” per realizzare concretamente le nostre riprese e/o i nostri disegni di un cartoons durante la prima fase realizzativa.

Un utile esercizio per verificare che la nostra idea e il nostro storyboard funzioni anche dal punto di vista temporale, Ë la realizzazione di un “animatic”, cioè di un piccolo video nel quale si utilizzano i disegni dello storyboard (a volte leggermente animati) e si crea già una base audio e una durata temporale di ogni inquadratura.

In questo modo si ha la possibilità di rendersi conto già in fase di progettazione se il nostro video è ben equilibrato e lascia il giusto tempo ad ogni scena della storia secondo le nostre intenzioni comunicative.
Magari ci si accorge che la parte introduttiva risulta essere troppo lunga o che la parte conclusiva non è sufficentemente incisiva o, semplicemente, ci si accorge dell’inutilità di alcune scene che quindi possono essere addirittura eliminate.

E per capire meglio cosa sia un animatic, troviamo un simpatico esempio qui

E poi siete curiosi di vedere qualche nostra realizzazione cartoons, vi segnaliamo questo nostro lavoro per la startup 9minutes.

E mi raccomando, fateci sapere cosa ne pensate ;)
Alla prossima!

Martina
K-studio
www.k-studio.it
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Walter Mitty e una sfida fotografica per il 2014

Avete mai sognato ad occhi aperti? Avete presente quando si resta imbambolati e ci si perde nei pensieri ad immaginare una vita diversa, che non ci appartiene?
Questo è il problema di Walter Mitty, protagonista dell’ultimo film di Ben Stiller, che dirige e interpreta questa incredibile avventura. Non voglio raccontarvi il finale ma solo soffermarmi su un tema a me molto caro, che il film mette in risalto: l’immagine fotografica tra analogico e digitale.mitty_01
Nella storia la redazione del famoso giornale Life sta per essere sostituita per cedere il posto alla versione digitale della rivista. Molte persone vengono licenziate, a causa dei cambiamenti e quindi anche il posto di lavoro di Mitty all’archivio negativi analogici è in serio pericolo.
La sua avventura ha inizio con la ricerca di una singola foto, una parte di negativo perduta. Grazie a questa ricerca inizierà a vivere le avventure dei suoi sogni e scoprirà l’importanza di sperimentare le cose in prima persona.
Mi chiedo quindi, se non ci fosse stato quel pezzo di negativo, cosa avrebbe dovuto cercare il nostro eroe? Forse sarebbe rimasto alla scrivania e avrebbe cercato al massimo in qualche hard disk! Che fine faranno quindi tutti i nostri giga di immagini intangibili che quasi sempre dimentichiamo di stampare e di archiviare? Non so rispondere a questo dubbio che ci lascia il nuovo se non con un pò di nostalgia per l’analogico che già ci ha abbandonato.
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Un’altra bellissima riflessione che ci lascia questo film è quella sull’importanza di uno scatto. Spesso infatti la foto più bella è quella che decidiamo di non scattare per poterci vivere a pieno il momento, una foto che resterà per sempre solo dentro i nostri occhi e nella nostra memoria.
Dovremmo pensare un pò di più alle foto che facciamo, proprio oggi che non riusciamo nemmeno a gustarci una cena senza prima aver scattato una foto e averla condivisa su tutti i social. Il messaggio è proprio questo, cercare una volta in più di lasciare la macchina fotografica nella borsa e passare del tempo con le persone che ci stanno in fianco evitando di scattare cento foto inutili. Il consiglio si sà, va in primis per la sottoscritta. Per questo 2014 quindi la sfida è: meno selfie, meno piatti e più foto di qualità… ce la faremo?
Vi consiglio di non perdervi al cinema questo capolavoro, un film così bello e coinvolgente come non vedevo da molto tempo. Seguiamo il motto di Walter Mitty: stop dreaming, start living!

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Una chicca per appassionati: la macchina che usa il fotografo interpretato da Sean Penn è una Nikon F3/T, la versione in titanio della F3 disegnata da Giugiaro nel 1980.

Carola Speri
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Social media a quattro zampe – Il caso di Hope for paws

Alzi la mano chi non ha mai avuto uno di quei momenti in cui si fissa lo schermo del pc scrollando la home di Facebook maltrattando il mouse perché non si ha niente da fare. Ecco. Un momento come quello durante le giornate capita a tutti: a me di sicuro di frequente.
Pochi giorni fa – appunto durante uno di questi momenti – mi sono imbattuta nel classico post su Facebook con titolo “arraffa-visite” (Guarda la storia di Miley, il cane salvato dalla discarica, o qualcosa di simile) e relativa immagine strappa lacrime. Ora. Non so voi, ma io davanti a queste apparenti trovate per guadagnare click, di solito passo oltre: ma diciamolo, davanti alla sofferenza degli animali chiunque si scioglie, anche Chuck Norris. Complice il momento di ozio, ho cliccato sul link e mi sono guardata il video (preparate i fazzoletti).

Lo so, probabilmente vi starete chiedendo che piega potrebbe prendere questo post: no, non voglio farvi un’analisi sulla viralità degli animali nel web, ve lo risparmio. Ho deciso per questo argomento perché – sarà l’atmosfera da “siamo tutti più buoni” – quando ho visto quel video ho capito che c’era molto di più di quello che credevo, dietro la storia di Miley e dell’uomo buono che l’ha salvata.

La faccio breve: l’uomo buono in questione si chiama Eldad Hagar, insieme alla moglie Audrey ha fondato una ONLUS che si chiama Hope for paws.
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Hanno sede in California e la loro missione è salvare dalle strade i cani abbandonati o vittima di abusi, nutrirli, risanarli e poi trovare loro una casa per la vita. Vivono con le donazioni e con il ricavo che ottengono dalla vendita del “lucky leash”, ovvero la replica del guinzaglio fortunato che Eldad usa per prendere i cani per strada (e spesso non senza difficoltà). Cooperano con altre associazioni americane che abbiano lo stesso fine e salvano centinaia di cani in un anno. Cos’hanno quindi di diverso rispetto alle altre onlus? Hanno fatto dei social network il loro mezzo principale di comunicazione e sono riusciti a diventare l’associazione più famosa del mondo: pensate solo che il video di Miley ha fatto dieci milioni di visualizzazioni in dieci giorni. Ha parlato di loro anche l’Huffington Post, sono stati in home page su Yahoo per giorni, il canale youtube ha 210mila iscritti. In un pomeriggio mi sono guardata 40 video filati degli straordinari salvataggi, di cui almeno cinque sono stati segnalati all’associazione tramite la pagina Facebook.

Hope for paws piace perché – nonostante l’immensa visibilità che hanno acquisito – i due fondatori restano nell’ombra: di Eldad si sa pochissimo, non appare mai in tv e non rilascia interviste, eppure il protagonista indiscusso è sempre lui, che rischia la vita per calarsi in una buca di 3 metri per salvare i cuccioli che ci sono caduti dentro. La gente lo ringrazia su Facebook, condivide con lui le proprie esperienze pur senza conoscerlo, gli segnala cani da salvare, articoli di giornale che riguardano l’associazione. Eldad ricambia condividendo col suo pubblico le storie dei cani che salva, che diventano subito un po’ di tutti.

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Ho scoperto con piacere il caso di questa onlus e continuerò a seguirlo con passione non solo per quello che fanno, ma anche per il “come”: sfruttano i mezzi che io stessa uso per lavoro, ma li usano per fare del bene.
Sono cose che risanano l’umore. E non solo sotto Natale.

Martina Aldegheri
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Conosciamo le Girls in Tech-Italy

annasargianVi presentiamo una nuova amica…
alla nostra GGDVerona2 sara’ presente Anna Sargian, presidente di Girls in Tech Italia… Abbiamo incontrato Anna e il suo sorriso accogliente quest’estate a Milano in un pranzo veloce ma intenso e ci siamo subito capite… tra donne geek non è poi così difficile direte voi!

Invece, lo è perché talvolta è complesso trovare un tavolo comune su cui costruire collaborazioni e sinergie concrete che vadano oltre le strette di mano.

git_01Anna ci e vi racconterà chi sono le Girls in Tech e come cercheremo di stringere un’alleanza per diffondere la cultura della tecnologia, del digital e dell’impresa al femminile.

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